Veio l’antica nemica di Roma

Veio fu un’importante città etrusca le cui rovine sorgono oggi vicino all’odierna isola Farnese, circondata dai Fossi di Formello e dai Due Fossi.

Antefissa raffigurante una Gorgone, 510 – 500 a. C. Santuario di Portonaccio

La sua vicinanza al corso del Tevere ne sviluppò di certo una grande importanza nelle vie fluviali commerciali e dall’IX secolo fin tutto l’VIII secolo fu sicuramente la più importante nemica di Roma per il controllo dei septem pagi  e delle saline alla foce del fiume da cui dipendeva la sua prosperità. Come città etrusca, i suoi periodi di massima fortuna si collocano tra VIII e VI secolo a.C. fino a quando le continue lotte con Roma non la videro soccombere nel 396 a.C. con conseguente rifondazione come colonia romana nel I secolo a.C. e la trasformazione in municipium  da Augusto ( Municipium Augustum Veiens). Dallo storico Tito Livio fu definita pulcherrima urbs, e da Dionigi fu considerata come la più potente città dei Tirreni al tempo del mitico Romolo e fu tra i maggiori centri politici e culturali dell’Italia centrale in particolare tra il VII ed il VI secolo a.C. e con Caere (Cerveteri) la più popolosa città dell’Etruria meridionale.

All’inizio delle guerre con Roma, Veio appariva come  una città ricca e potente, collegata a Fidene dalla comunanza d’interessi ed abitata da un popolo che parlava la lingua etrusca. Le iscrizioni provenienti dal tempio di Portonaccio mostrano alcune particolarità grafiche con quelle di Tarquini e del territorio capuano. Di culti di età etrusca sono sicuri quelli di Giunone Regina e di Minerva e rinomata era anche nel VI secolo a.C. una scuola di artisti, uno dei quali, Vulca, è ricordato quale autore delle statue fittili che ornavano il tempio di Giove Capitolino a Roma. Forse Veio ebbe una fabbrica locale di buccheri ma non sembra che tra le sue specialità rientrassero la produzione di vasi a figure rosse o nere.

Testa di Mercurio, 510 – 500 a. C. Santuario di Portonaccio

L’espansione territoriale di Veio fu molto ampia ed arrivava a sud fino al Tevere, dove i confini erano con Fidene e Roma. Si racconta che le prime lotte contro Roma risalgano addirittura a Romolo, ma altre sorsero anche sotto Tullo Ostilio, Anco Marcio, forse Tarquinio Prisco e Servio Tullio. Sempre nella fase regia, i territori presi a Veio dai re di Roma sarebbero stati restituiti da Porsenna e poi nuovamente riconquistati da Roma dopo la battaglia di Ariccia. Varie lotte interessarono le città tra scontri e trattati di pace, ma secondo Diodoro l’ultima lotta contro Veio fu vinta da dittatore M.Furio Camillo dopo un assedio durato dieci anni. Che distrusse la città nel 396 a.C. La città non venne ricostruita e nel 387 a.C. dal territorio furono formate 4 nuove tribù fino a quando Cesare ipotizzò la deduzione di una colonia di veterani e Augusto la trasformò in un municipium, inserendo Veio nella tribù Tromentina con a capo duumviri assistiti da un collegio di centumviri e anche due questori.

Importanti reperti furono rinvenuti in tombe a camera che si diffusero sul territorio a partire dal VII secolo a.C. Le più conosciute sono la Tomba Campana, l’unica a Veio con decorazioni parietali dipinte e la Tomba di Formello dove furono trovati l’Olpe Chigi e il bucchero con l’alfabeto etrusco. Importante luogo di culto sull’acropoli fu il tempio detto di Apollo e probabilmente dedicato alla triade etrusca, dove nel recinto furono trovate la bellissima statua fittile di Apollo e altre sculture facenti parte del gruppo di Apollo ed Ercole in lotta per la cerva di Cerinto ed alcune antefisse a testa di Gorgone.

Dopo la distruzione della Veio etrusca, la città romana ebbe un’estensione ridotta, dove comunque gli archeologi hanno individuato bagni, fontane pubbliche, statue, strade lastricate e dalle iscrizioni ipotizzabile anche la presenza di un teatro e di templi.

Apollo di Veio

Da Veio proviene  la statua di Apollo in terracotta policroma, uno dei capolavori dell’arte etrusca della fine del VI secolo a.C. Celebre nel mondo, insieme ad altre statue di grandezza superiore al vero ornava uno dei più importanti santuari del mondo etrusco, quello di Minerva a Portonaccio. Le statue, forse dodici, si ergevano in funzione di acroteri a circa dodici metri d’altezza e in sequenza di due o tre, illustravano eventi mitici legati al mondo greco, in parte collegati al dio Apollo. La statua, insieme a quella di Eracle, formava un gruppo raffigurante il mito, raro persino in Grecia, in cui il dio e l’eroe si sfidavano per la cerva cerinete, dalle corna d’oro e sacra alla sorella del dio, Artemide. Apollo, vestito di tunica e con un corto mantello, avanza verso sinistra con il braccio destro proteso e piegato, forse impugnando l’arco, mentre Eracle, con la cerva legata tra le gambe, si protende verso destra per brandire la clava. Collegata al gruppo doveva essere anche la statua di Hermes, il messaggero degli dei che interviene sulla scena per sedare i contendenti. Il gruppo è concepito per una visione laterale, corrispondente al lato di accesso al santuario. L’identità del maestro che realizzò le sculture è ignota, dagli studiosi è stato chiamato il “Veiente esperto di coroplastica”.

L’Olpe Chigi è una brocca a bocca rotonda con ansa a nastro ritrovata in una tomba di Veio (Etruria), forse come dono o acquisto di un principe etrusco della zona. La sua datazione rappresenta il passaggio tra lo stile detto Protocorinzio Medio (690-650 a.C) e il Protocorinzio Tardo (650-630 a.C.); cioè quel periodo in cui lo stile a figure nere corinzio raggiunge il suo massimo splendore espressivo, con le figure libere dai riempitivi geometrici secondo un principio rudimentale di prospettiva. Nel caso dell’olpe, forse perchè il pittore non è abituato a decorare superfici ceramiche tanto estese, si nota una decorazione figurata su fregi sovrapposti. Nel primo fregio dall’alto, ci sono degli opliti che convergono al suono di un auleta; l’esercito è un richiamo potente alla forza militare di Corinto guidata dal tiranno Cipselo. Nel diametro massimo del vaso tra un gruppo di quattro efebi con doppia cavalcatura vi è raffigurata una caccia al leone; mentre unica scena mitologica accompagnata da scritte identificative per non creare confusione è quella del giudizio di Paride. Infine sopra il piede, in miniatura, una vivace caccia incruenta a lepri e volpi.Una lettura iconografica di Mario Torelli vede nelle raffigurazioni dell’olpe il percorso che avrebbe dovuto intraprendere un giovane aristocratico della Corinto bacchiade e cipselide, tra le fatiche della caccia che avrebbero dovuto mettere in mostra la sua aretè (virtù), al passaggio delle buone nozze nell’età matura. La scena invece di scontro oplitico, forse allusione alla guerra di Troia, sarebbe da intendere come un avvertimento di “nozze sbagliate”; Paride che si unisce ad Elena è causa di guerra e morte. LOlpe Chigi quindi vuole assumere il significato di manifesto ideologico e moraleggiante del percorso educativo dei giovani aristocratici corinzi.